
Ci siamo quasi, la fine del viaggio è vicina, dalla Cambogia si torna a casa. Cos’è casa quando ti senti a tuo agio ovunque ancora non lo so definire ma se lo riduco a quel posto dove ho sempre vissuto e ho lasciato il conosciuto devo dire che in linea di massima non mi è mancato poi troppo. Certo la routine, la cucina e anche gli affetti sicuramente a tratti hanno fatto parte dei miei pensieri ma non come mi sarei immaginato inizialmente. Ad ogni modo è vero anche che due mesi non sono una grande distanza di tempo dall’essere mancato ma quello credo dipenda dal cuore e dalla capacità di stare soli ed anche dalla motivazione di volersi guardare dentro.
Un bus, l’ultimo, mi porta Phnom Penh dopo aver fatto la traversata con speedy boat da Koh Rong: l’isola dalla sabbia bianca che sembra talco e che suona, sotto la pressione del piede come neve fresca; l’isola nella quale ho potuto fare il bagno di notte senza inquinamento luminoso per cadere nel cielo sopra di me ed in quello dell’ acqua cristallina di giorno e fluorescente di notte quando ad ogni bracciata il plancton ti disegna attorno un vero e proprio firmamento. Ancora prima Siem Raep dove nel tempio più grande d’Asia, Angkor Wat, alberi secolari continuano a crescere in altezza ed estensione catturando con le radici le mura ed intrappolandone il tempo e la spiritualità con un’energia di un posto che si percepisce a pelle. Il panorama della Cambogia che di per sé non ha il fascino della Thailandia specialmente se paragonata al Nord mantiene comunque una sua attrattiva: grandi pianure e campi fitti di frutta e di mais intervallati da spazi aperti per i pascoli di bestiame e ancora grandi acquitrini dove gli aironi si posano su rari isolotti per beccare qualche pesce in concorrenza con qualche pescatore d’ entroterra che in quello stagno lancia le reti per chissà quale pasto; E poi ancora terrazze di riso che la stagione secca ha asciugato fino ad arrivare ai monti in lontananza a fare da bordo a questa grande ciotola in cui navigano muti i personaggi. Ovunque ci sono sorrisi gratuiti, con la laboriosità specialmente quella delle donne; la paura di una ferita quella del genocidio che forse non si rimarginerà mai o forse troppo presto per essere messa da parte e allo stesso tempo il desiderio di potersi affidare per poter crescere. (È forse per questo che stanno consentendo ai cinesi di costruire aereoporti e strade ed anche casinó e palazzi che nonostante siano incompiuti figurano come alberghi per il riciclaggio di denaro sporco e si paga tutto col dollaro) I mercati notturni ed i piccoli villaggi non dissimili da quelli visti in Malesia ed in Thailandia, villaggi di pescatori e di commercianti che senza troppo affanno cercano di godersi ciò che hanno non curanti di tutto ciò che li circonda, in un pacifico silenzio che forse deriva dalla storia turbolenta o semplicemente da una non necessità di andare oltre quanto già si è e non quello che si ha.

Proprio questo silenzio mi ha permesso di guardarmi a fondo. Ho messo a tacere le emozioni della mente comprendendone la provenienza ed i motivi. Le ho osservate come si fa per un quadro in 3D riconoscendole come urla di gioia, altre di sorpresa e altre ancora di preghiera. Ho fatto lo stesso con le sensazioni ed i bisogni del corpo che nell’ultimo frangente ha sentito la stanchezza. L’ho fatto ripercorrendo mentalmente il viaggio e anche la vita che mi ha portato a fare un certo tipo di esperienza. Certo niente di nuovo per me che da più di un anno lavoro sull’autoanalisi ma in quel silenzio sono riuscito a vedere oltre: come quando si legge un libro non si considera il foglio bianco (almeno fin’ora a me non era ancora capitato, mi ero sempre concentrato sulle parole.) così nel silenzio cambogiano sono giunto al punto di capire che quel libro fatto di inchiostro ha solo il valore che il lettore da ad esso e che non potrebbe esistere senza la carta che lo sostiene; che le parole sono solo parole e definizioni di forma senza valore se non quello che gli si attribuisce in base a chi legge e chi scrive. Che sono sì lo scrittore, il lettore e l’inchiostro in sé ma soprattutto quel foglio senza il quale niente può esistere. Questo ovviamente si applica per il mondo percepito e vissuto. Sì, la vita è un libro e noi siamo la carta, le frasi, il concetto e lo spazio bianco tra una lettera e l’altra ed esiste solo perché c’è qualcuno che lo sfoglia tenendolo in mano, che lo vede per ciò che è nella sua interezza; che esiste se ci siamo noi a dargli valore e significato e che cessa di farlo quando non lo facciamo, quando siamo in una non coscienza cosciente. Questa è la consapevolezza! La coscienza ha come mezzo la mente (colui che legge quel libro e che gli dà significato e tono, colei la quale sa di essere e di non essere) che collega il corpo alle esperienze di cui il soggetto è protagonista.
L’osservato, l’osservatore, la coscienza e la consapevolezza dell’essere, l’ “io sono” al di là di ogni tipo di identificazione. E così che si perdono tutti i preconcetti, ogni tipo di desiderio e paura. Si inizia a camminare verso una direzione dove le azioni superflue non hanno spazio e restano azioni disinteressate che nascono dal profondo del proprio essere, in spontaneità proprio perché prive di ego o forma di esso. Un altra esemplificazione potrebbe essere la macchina fotografica e nella fotografia che poi fungono come la nostra vista e la mente che elabora ciò che viviamo: c’è l’obbiettivo che mette a fuoco l’immagine che si vuole prendere in oggetto; lo specchio, che riflette secondo i nostri comportamenti o intenzioni ciò che vogliamo mettere a fuoco e che a volte facciamo lavorare come schermo di protezione verso noi stessi con meccanismi di difesa consci e subconsci; la memoria o pellicola che determina l’esperienza che il corpo vive e poi il mirino e il pulsante di scatto ma dietro ad ognuna di queste componenti c’è ancora qualcosa ecco noi siamo quel qualcosa dietro tutto. Non è facile esprimere con termini semplici il concetto spero di esserci riuscito meglio di quanto creda. Posso però dire per personale esperienza che è semplice davvero una volta che si realizza tale consapevolezza trovare la beatitudine nel proprio io interiore. È semplice come il sorriso di un bambino che gioca con un pallone sgonfio o con un pezzo di carta. È semplice come l’Asia, almeno questa parte. Ma con questa consapevolezza immagino lo sia tutto il mondo perché la visione dell’insieme dipende dall’attenzione che si ha sul proprio sé, quella che ti porta ad essere uno, a comprendere che tutto è davvero ben fatto e che non siamo solo di passaggio ma siamo eterni, per cui senza paura si vive. Non so se a tutto questo sono arrivato col mio percorso, con le meditazioni o con il viaggio, ma so che ci sono arrivato nel silenzio della Cambogia.

La Cambogia ed il suo silenzio tombale sono stati d’aiuto per me nell’osservarmi, nello scoprirmi oltre quelle che sono le effettive rimostranze di un ego mai paco. Nel comprendere molto di più di quello che fin’ora era un intuizione ed una dottrina spirituale non ottimamente concettualizzata e compresa.
Per mezzo di questo silenzio fatto di sorrisi e di quiete ho scoperto così di essere oltre la realtà di un’esistenza che inizia e finisce nella propria coscienza e che rende la realtà vera fino al punto in cui puoi osservarla esteriormente ma che disappare nel momento in cui si entra nel profondo di quel silenzio: dove la mente tace quieta cosciente di essere, con il corpo, il mezzo dell’esperienza dell’osservato; che ti porta ad essere anche l’osservatore, arrivando alla consapevolezza di essere ancor più in là, in tutte le componenti del mondo reale senza tempo né spazio, senza memoria; senza paure né desideri. L’essere per il quale tutto esiste e senza il quale nulla esisterebbe.
Una sensazione di pace e libertà da ogni responsabilità se non quella di dipingere davanti ai propri occhi la realtà per come la vogliamo e che ci renda migliori attraverso le esperienze fatte e da fare dai corpi più grossolani.


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