
Bangkok è una città caotica e….
Ho sempre pensato che posti del genere non fossero fatti per me. Posti too much… troppo caotici, sporchi, confusi o meglio confusa era l’idea che avevo. Seduto nell’ostello vintage che mi ha ospitato nei 4 giorni qui rivivo momenti e pensieri raccolti in questa città che si ama e si odia. Che però merita un capitolo a parte del mio viaggio. Onestamente non so perché esattamente. Sono quelle cose di pelle o meglio sotto pelle. È come quando dai un significa particolare ad un oggetto che diventa un amuleto, o a un gesto, un avvenimento. Come sempre dipende dal valore che una persona attribuisce ad una cosa, è questo che determina l’importanza.
Seduto quindi mi chiedo da dove scaturisce questo valore da dare a Bangkok? Lo trovo nelle camminate sotto al sole offuscato dallo smog che rende la luce incredibilmente bianca, e nelle persone che a ragion veduta indossano la mascherina; ai suoi canali marroni come strade sterrate dove la pioggia sembra aver appena smesso di cadere, ai templi dorati e mosaicati dedicati a Buddha in posizione, materiale e collocazione diverse che ne danno ad ognuno un significato. Lo trovo mentre cammino guardandomi attorno nei scorci della città, nelle stradine che danno negli androni dove confluiscono più palazzi che chissà quante persone ospitano e all’interno del quale vedi un bambino giocare o due signori appoggiati al muro parlare, un anziana seduta a fissare il vuoto, chissà dove sono i suoi pensieri..? ; sbirciando nelle piccole botteghe, guardando le persone. Forse è proprio quest’ultima cosa che mi ha fatto dare un valore importante a questa città: le persone. Nel fragore del traffico, tra i clacson e la musica dei tuk tuk, nascoste dietro i propri carrellini che vendono dal pad thai al gelato di cocco; menù infiniti che ti chiedi da dove la tirano fuori la roba da cucinare; cianfrusaglie di ogni genere e poi frutta, verdura, insomma il mondo. Dietro quel mondo ho trovato forse qualcosa in comune con me, chi lo sà: le persone nel loro mutismo, con diligente disciplina lavorano, dormono, si piegano alla solitudine. È questo che mi sta tanto a cuore di questa città, forse perché anche io come loro durante il viaggio e non solo mi sono sempre un po’ sentito solo.

La colpa non è di nessuno non prendetemi in errore! E sia chiaro apprezzo la compagnia di cui mi viene fatto regalo nonostante a volte, come credo tutti, ho bisogno di starmene per conto mio. Sono stati dell’essere credo o chissà… e mi rendo conto di quanto sia difficile accettarla nel momento in cui sei circondato da affetti o situazioni che ti attirano o intrigano o semplicemente distraggono dalla tua necessità interiore, solo per noia o per sfuggire ad un lavoro interiore che chiama. Probabilmente sono partito anche per fare questa conoscenza, o meglio per approfondirla.
A volte la solitudine si dice sia nutrimento per l’anima e credo sia così. Nonostante ci siano volte che se ne soffre perché manca sempre qualcuno al quale raccontare le proprie emozioni, sensazioni o condividere con qualcuno semplicemente il suono che fa il vento è anche vero che se non ami la solitudine non ami la libertà perché effettivamente si è liberi solo quando si è soli.
Non c’è una “cura” vera e propria per questa forse perché alla fine non è una vera e propria patologia. Nonostante ciò Erich Froom sosteneva che esistono tre vie per lenirla (e io ne aggiungo una), ma che solo una funzioni davvero.
La persona che non sa gestire la solitudine, intesa come convivenza e accettazione pacifica di sé stesso, usa questi strumenti per consolarsi: la sessualità, il conformismo, (le dipendenze), e l’attività creativa.
L’unico che ci avvicina davvero a noi stessi è l’ultimo; che sia disegnare, scolpire, scrivere, creare un mobile o curare un giardino, cucire, cucinare ecc.
È l’unico infatti che non ha la funzione di mettere un coperchio a una buca vuota emotiva come per gli altri che di lì a poco fanno svanire l’effetto: se condivido il mio corpo e tu mi accetti, non sono solo; se mi conformo a questo gruppo e mi accettate come membro, non sono solo; se indugio in questa cosa, non sento il dolore di ciò che provo a sentirmi da solo.
È l’unico che non dura solo un attimo prima di svanire di nuovo, che non scolora i contorni di ciò che siamo, ma che invece affonda le mani dentro di noi e ci permette di onorare chi siamo davvero.
Perché fornisce un tipo di “consolazione” diverso. Ci permette di mettere mano ai nostri stati emotivi e di elaborarli in modo che ci siano utili. Di processare ed elaborare i meccanismi di ciò che si muove dentro di noi per capire come vadano aggiustati gli ingranaggi e come debbano incastrarsi con gli altri già presenti.
Perché facciamo le scelte che facciamo. Dove ci stanno conducendo cosa inizialmente non sempre chiara per chi, come me, sta andando a sentimento e sensazione; ma soprattutto verso chi ci stanno facendo evolvere.
Non anestetizza temporaneamente il nostro disagio, ma lo mette a servizio di un benefico miglioramento personale.
(Non che ci sia niente di male nel sesso o nel conformismo in sé; sia chiaro. La differenza la fa il “motivo” per cui li ricerchiamo; se li svuotiamo dei loro significati profondi, per indossarli come pelle fantasma.)
Per questo, a maggior ragione, ha senso difendere il viaggio interiore creativo. Comprendere come ci porti a essere esseri umani migliori, in prospettiva.
E perché non vada sminuito, ma bensì difeso.
È dove risiede il nucleo della nostra identità.
E io che questa identità l’ho scoperta nelle strade di Bangkok, non quelle centrali, ma quelle buie e dimenticate della città; quelle che dici ma come ci sono finito qui? in compagnia della mia solitudine e di nessun altro.

E guardi avanti ma non solo! Quante volte me lo sono sentito dire nell’ultimo periodo come imperativo: guarda avanti. Bhe ok ma guardo anche indietro e dentro e fuori… guardo indietro per vedere quanta strada ho fatto, dentro per capire me stesso e fuori per vedere quanto è bello il mondo quando risplendo.
È per questa similitudine che sento con gli abitanti di Bangkok, per queste riflessioni, per l’aver appreso la mia solitudine nelle vie sporche e buie e puzzolenti di questa città che domani la lascio con un pizzico di dispiacere ma anche con felicità perché so che ogni tesoro scoperto viene in qualche modo via con me ovunque io vada. Domani Chiang Mai si arriva alle porte del Laos e ancora non so nemmeno come e se attraversarlo né da dove iniziare a farlo ma va bene così. M’affido a me stesso e alla mia solitudine che fino a qui mi ha portato.


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