
Dopo aver lasciato Singapore ed essere approdato in Malesia e dopo aver scritto l’ultimo articolo ma anche già da prima mi sono chiesto il motivo di questo viaggio…
Inizialmente ho dato la “colpa” ad una sensazione, ad un sentire interiore che me lo richiedesse oltre alla voglia di scoprire un po’ il mondo ma sapevo che come risposta era troppo generica per cui seduto una mattinata al tavolo di un caffè, tra una colazione occidentale ed un pranzo orientale, ho cercato di ascoltare meglio quella percezione che mi ha spinto fino all’altra parte del mondo per cercare qualcosa che andasse oltre il viaggio in sé; prendendo consapevolezza di diverse cose fino a poco fa ben nascoste e mascherate alla mia “intelligenza”. Eh sì perché per quanto intelligenti possiamo sentirci o essere considerati, per quanto razionale ed emotivo possano essere bilanciati, tutti e quando dico tutti intendo proprio chiunque viviamo con una concezione legata ad un sentimento sposato interiormente, inconsapevolmente e tacitamente che ci porta ad agire in una maniera piuttosto che un’altra. Una sorta di negazione a noi stessi di una parte non desiderata o “scomoda” della situazione; una manipolazione sconsiderata ad appannaggio della realtà che pure conosciamo ma che mascheriamo perché consapevoli che questa ci porta a porci delle domande che, come un coltello squarciano la tela a fondo tinto che ci permetterebbe di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro il quadro che siamo e per come ci mostriamo. Come a voler vivere un’illusione artefatta: davanti una comprensibile menzogna e dietro l’incomprensibile verità. Alla base di tutto questo un accordo categorico con se stessi, con il proprio “essere” fondato per ognuno su qualcosa di diverso: l’individuo, Dio, l’amore, la famiglia, l’uomo, la donna, il divertimento, il lavoro; un partito politico e così via… in altri termini il motivo per il quale ognuno di noi è mosso realmente e profondamente. E che mai si ha analizzato.
Quante volte a voi capita di considerarlo?Quante volte vi fermate ad ascoltare il battito del cuore? E quante volte vi chiedete da cosa dipende la sua accelerazione o calma?
La prerogativa principale che spesso non rispettiamo è che quando parla il cuore non sta bene che la ragione abbia da obbiettare. Il problema è che al mondo di oggi bisogna in qualche modo “nascondersi” perché i sentimenti suscitati da questo moto interiore devono essere tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone per potersi sentire compresi ed accettati. Pena l’eremitaggio che per quanto sia agognato nei momenti difficili non è mai un buon risultato alla lunga.

Ci si ritrova quindi piuttosto in una marcia folle su un palcoscenico che va dilatandosi e stringendosi secondo i tratti di vita temporali condotti. Talvolta condizionati dall’umiltà di cambiare idea quando quella passerella inizia a stringersi e a presentarsi la sua fine pur di non cadere di sotto e terminare la propria corsa in un precipizio che sancirebbe non solo la fine del proprio moto, della propria causa ma anche del proprio mondo, della propria “esistenza”.
Si traduce in una corsa continua cercando di prendere la rincorsa fino all’arrivo del mancato salto senza mai credere davvero che dopo quel fatidico balzo indipendente dall’esito si trova il nostro cuore che batte.
Nel mio caso, la mia marcia è mossa dall’amore, dal sentimento. Può sembrarvi noioso ma non me ne frega molto, avrete ormai capito per chi mi legge da un po’ che il mio blog nasce da una terapia per me stesso e non per dilettare, certo spero possa essere utile a chi vive le mie esperienze ma è tutto qui. Terapia iniziata dopo una relazione poco fortunata. Con sentimento per me mai finito, e anche per questo motivo forse oggi sono in Malesia tra i gracchi delle cornacchie più numerose dei cittadini, tra i malesiani che fanno a gara sulle moto nelle strade di Malacca; tra i gatti randagi con la rogna e i tricicli acchittati in maniera kitsch con i più svariati personaggi manga e la musica a cannone. Dove tutto scorre meno veloce e le persone impiegano una giornata per fare quello per il quale noi impiegheremmo 5 minuti solo per impegnare il tempo. Dove la musica occidentale viene modificata con le parole asiatiche per non sentirsi così lontani da qualcosa che li faccia sentire parte di un altro mondo credo, forse qualcosa di sognato e per loro distrutto dal comunismo, dalle guerre civili e le varie lotte di confine; dove malesiani e cinesi convivono in equità di numero e di classe ed entrambe trasmettono una stanchezza ed una noia per la vita che lascia spiazzati. I massimi rumori sentiti non sono quelli degli umani se non per le preghiere mussulmane che dagli altoparlanti arrivano fin sopra i grattacieli di Kuala Lumpur ma piuttosto quelli delle auto che sfrecciano in ogni via incorniciati dal “canto” dei corvi sempre festanti nel totale silenzio di un popolo che pare eternamente sfinito.

Sono qui perché faccio parte anche io come chiunque di quelle categorie che sfilano sul palcoscenico del mondo per la visione di qualcuno. Eh sì! perché, per che se ne dica o per quanto ci si possa convincere del contrario tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi; e, a seconda del tipo di sguardo sotto al quale vogliamo vivere si fa parte di una categoria. Alcuni desiderano lo sguardo di un numero infinito di occhi estranei e anonimi, di un pubblico. È il caso delle celebrità o chi vuole sentirsi tale. Calatevi nel ruolo del “divo” o, se credete di far parte di questa categoria senza mententirvi, di voi stessi. Nel momento in cui il pubblico sarà inferiore al necessario personale o non ci saranno più “estranei” a guardarvi o considerarvi si cercherà in ogni modo di risalire la china per ricreare quella condizione, per poter continuare a fare gli “attori” del proprio mondo. Poi c’è la categoria di chi ha bisogno dello sguardo di occhi a loro conosciuti. Sono sicuramente più felici dei sopracitati perché tra cene e aperitivi organizzati o momenti di mondanità e socialità per loro le luci bene o male non si spengono mai. E ancora, ci sono coloro i quali hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata. Questa è addirittura pericolosa forse più della prima, visto che una volta o l’altra quegli occhi per un motivo o per un altro si chiuderanno spegnendo i riflettori e nella sala ci sarà solo buio. L’ho vissuta e so di cosa parlo… Ora però mi sento parte dell’ultima tra le categorie: quella di coloro che nonostante la sala sia buia continuano lo spettacolo per uno sguardo immaginario di persone ormai assenti. Quella che appartiene ai sognatori, quelli che alla fine della passerella, sull’orlo del palcoscenico tentano il salto perché convinti del moto che li spinge. Quelli che si sporgono ed invadono la linea di confine controllata dai soldati in un paese tenuto prigioniero, proprio come prigioniero è il loro cuore, soltanto per non lasciare taciuto il motivo che li ha spinti fin là; quelli che dopo le domande non chiedono risposte ma solo che quello sguardo continui ad esistere.
E così dopo questa considerazione aprivo gli occhi al mondo che mi circonda, spostando lo sguardo dal vuoto al fiume di Malacca che mi passava sotto i piedi come fa la vita.

Individuato il mio moto e organigramma torno a chiedermi nuovamente, consapevole del pensiero e della necessità di uno sguardo e solo uno, perché sono qui? Certo non per sentirmi più umiliato di quanto non sono stato o mi possa essere già sentito oppure essere stato descritto. Piuttosto per dimostrare a me stesso che non sono così debole dopo tutto; per non essere più così sentimentale; Per non cadere dopo il salto ma piuttosto per allungare quella passerella sulla quale sfilare nonostante non ci siano più sguardi, almeno per ora, nemmeno tra i miei desideri; pur restando certo che torneranno e che la realtà è in continua costruzione.
Probabilmente si, sono venuto per capire che la mia realtà al di là di ogni linea temporale è più del sogno, molto di più del sogno.
Il bus che mi ha portato a Kuala Lumpur il giorno seguente è stato pigro e confuso come si sono fatti i pensieri. Ho voglia di natura e visto che non posso passare nel Borneo, che mi hanno sconsigliato per il clima, prendo il primo aereo per la Thailandia, direzione Ao Nang anziché Phuket lontano quanto più dal turismo sconsiderato soprattutto quello sessuale; non ho bisogno di arrabbiarmi e penso che non potrebbe essere altrimenti se andassi là. Per cui, ad ogni modo il viaggio continua, come la vita e come me che continuo a marciare sulla mia passerella personale.

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