pensarlo è come viverlo

In un certo senso se ci si pensa attentamente anche in fase onirica, nella fase rem più profonda si vive una realtà parallela che a livello conscio svanisce al risveglio, dimenticando il sogno. Ma resta quella sensazione di aver vissuto un’esperienza pur restando nel tuo letto. Per di più recenti studi quantici hanno appurato che tramite meditazione, visualizzazione e concentrazione si può ” vibrare” ad una frequenza tale da connetterci con l’universo, gia presente nel nostro DNA

Bali, 2025

La sveglia all’alba

Il telefono suona una canzone dai ritmi dolci e ancestrali che continua a cullarmi nel torpore del letto e dei sogni che mi seguono anche dopo aver aperto gli occhi. Mi capita sempre più spesso di svegliarmi ricordandoli e portandoli con me per buona parte della giornata.

Continuo ad ascoltare quelle melodie soavi anche dopo aver messo il piede sul primo scalino che mi accompagna in cucina per preparare il caffè. La luce fuori dalle finestre opache è una mescola tra il grigio, il bianco abbagliante e le sfumature di un arancio rossastro. Lo scruto continuando a tenerlo nascosto dietro il vetro senza aprire la porta per godermelo con sorpresa e stupore tra qualche minuto con la tazzina in mano. Momento che arriva poco dopo.

All’aprire della porta mi getto nei colori e nei suoni che mi circondano. Il vento ulula la sua stagione: muove gli alberi scrollandoli affinché perdano le foglie ormai ingiallite che cadono ai loro piedi, il suolo bagnato le accoglie dopo un volo infinito dettato dai sospiri del sole che ha inviato il suo vento da lontano per poterle spargere di qui e di là come energie negative che fruiscono lontano da un corpo in rigenerazione mediante i suoi raggi.

È entrato l’autunno già da un mese anche se sembra solo da ieri; anche se alcune piante si sbagliano e continuano a fiorire nonostante tutto. Dimostrando che nemmeno la natura a volte sta capendo molto dei tempi che corrono. E se non lo capisce la natura figuriamoci io. Mi rendo conto però che sono in cambiamento costante in termini di essenza, di consapevolezza, di personalità e individualità.

Soffio sul caffè come il sole soffia sulla terra la sua influenza. Guardo il cielo tingersi di azzurro striato dal grigio delle nubi che promettono una giornata di pioggia; si fanno più bianche dove sta albeggiando. Il rosa, il rosso e l’arancione iniziano a scaldare l’aria e il cuore. Sta nascendo un nuovo giorno ed è emozionante pensare quanto questo sia banalmente sottovalutato. La luce che torna ad illuminare dopo il buio sovente non viene presa come una grazia divina ma come una semplice fase calendaristica che contraddistingue e scandisce la quotidianità senza mai pensare che quel buio senza preavviso potrebbe essere per l’eternità.

Qualche goccia comincia a cadere dal cielo mentre stormi di uccelli volteggiano posandosi in sostituzione delle foglie sui rami più spogli. Le nuvole continuano ad avanzare come soldati a difesa di una luce sempre più terza, sempre più bianca coprendo le tinte di un alba che fino a poco fa sembrava poter sprigionare colori intensi degni di una tavolozza di un pittore eccentrico. Nonostante questo si percepisce una forza che penetra negli strati di umidità sopra di me invadendomi interiormente, caricando le mie cellule di energia.

Mi viene in mente un articolo letto non troppi giorni fa nel quale si spiegava quanto e come siamo fatti di energia. Cellule pressoché vuote con al centro un nucleo. Atomi con una centrale al proprio interno tanto piccola da poter essere paragonata ad una mosca al centro di uno stadio completamente deserto. Questa è la materia: scosse elettriche che si susseguono dando consistenza ad un mucchio di elettroni e neutroni che stanno insieme in un posto altrettanto composto. Immagazzino quell’energia per affrontare la giornata per poi ripetermi nella prossima alba. Mi scuoto come alberi al vento per far cadere le mie energie negative, i cattivi pensieri. Chi mi vede da fuori o legge senza comprendere dirà di me che sono un deficiente, ad ognuno le sue considerazioni che ormai non mi interessano né condizionano più di tanto. Guardo a ciò che mi fa stare bene e che mi da sollievo.

Intanto i sogni si aggrappano alle mie spalle e ai miei fianchi mentre bevo la seconda tazzina della moka ancora calda. Io li accolgo tenendoli sotto le braccia come un amante che accompagna la sua amata su una scala verso il paradiso.

Ripenso alle mattine di un tempo quando i pensieri galoppavano come cavalli pazzi calcolando tempistiche della giornata organizzando gli impegni senza prendersi nemmeno un attimo per bere dal beveratoio quell’energia superiore che ti fa sentire in pace iniettandoti un senso di umiltà talmente profondo da rimetterti al tuo posto; facendoti sentire piccolo di fronte all’immensità del mondo che di rado contempliamo se non in un contesto politico e antropologico. È proprio quell’ umiltà, quel sentirmi piccolo, che la mattina mi porta a ripetermi una cosa che mai un tempo avrei concepito ne compreso. Una frase ripetuta a pappagallo nella chiesa senza spesso capirne il senso contenuta nel Padre nostro anche se presumo sia presente in preghiere di altre religioni. Una considerazione ed una preghiera che anche i laici possono sposare ipotizzando che siano in grado di sostituire la parola Dio con l’entità alla quale attribuiscono la creazione. La frase recita: padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà.

La vorrei analizzare per far capire il significato che gli ho attribuito. L’universo è 1 ma per la creazione come per ogni cosa in natura si ha bisogno di uno scambio, uno scambio di energia; Come nella bibbia si racconta che Eva sia nata dalla costola di Adamo per esempio o come per i neonati di ogni specie; per le piante con il polline o i semi: lo stesso seme unico si apre in due per creare un germoglio; così come anche nel mondo minerale. per la creazione i corpi, energetici e non solo fisici, hanno bisogno di essere due. È come se per una stabilità sui piatti di una bilancia debbano essere messi due pesi. Come nelle correnti di energia il positivo ed il negativo per dare la luce. Questa dualità spesso non ci corrisponde nel nostro interno creando dei squilibri interiori che coltivano più vizi che virtù. Per questo la prima parte della preghiera che recita Padre nostro ( il padre è identificato come la spirito, mentre la madre è l’anima ) sia santificato il tuo nome (in me) cioè fa sì che riesca a coltivare come te la dualità nella mia unità affinché io possa essere una bilancia ben calibrata alla creazione. Andiamo avanti: venga il tuo regno. Il regno che si presta alla creazione è ovviamente senza troppi dubbi incentrato sull’amore. Avete mai visto nascere qualcosa che non provenga da questo sentimento? Lo diceva anche Dante l’amore è la forza della creazione a tal punto da muovere il sole e tutte le stelle. Per cui leggendola in un’altra chiave, che il tuo regno dimori e cresca (in me) cioè che io possa vivere nell’amore in tutte le mie azioni e pensieri affinché sia in grado di creare l’armonia e la pace per il mio mondo interiore ed esteriore.

Chiedendo poi con la supplica di prendere in carico il nostro essere: sia fatta la tua volontà. Vista la nostra spesso incognita provenienza e la nostra coscienza che sempre di più, dati i tempi, si allontana proprio dal concetto di amore e di unione nel dualismo, derivata da indotti materiali quali l’ educazione; gli avvenimenti storici; la società e chi più ne ha più ne metta, che fanno comunque parte di una realtà apparente ed inferiore e che mai portano oltre a qualcosa di più eterico, nascosto e che spesso viene ignorato come le domande che l’uomo si pone da sempre: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Si chiede che si compia la volontà di chi o cosa ci ha creato e per la quale ci troviamo qui, attraverso il nostro corpo e la nostra essenza per il fine ultimo di compiere il lavoro per il quale siamo su questa terra.

Questo crea paura, si capisce. L’abbadonarsi a qualcosa di superiore e sconosciuto è un atto di fede e allo stesso tempo di amore verso noi stessi ma è anche un lavoro che dobbiamo compiere. Questo passa credo per prima istanza nel riconoscere noi stessi uscendo dalle proiezioni sugli altri delle nostre ferite emotive che creano manipolazioni. Piuttosto sarebbe opportuno introiettarle per conoscerle e abbracciarle accettandole per quello che in noi creano che di noi fanno. È questo credo il lavoro da compiere per arrivare a far sì che “il regno di Dio” dimori e cresca in noi; per far sì che l’amore sia la sola ed unica via da percorrere e seminare dei splendidi fiori. Lavorando nel nostro fango, solo da quello può nascere un terreno erboso, e colorato, e profumato.

Riconoscere. Di questo si tratta: riconoscere la propria forza e allo stesso tempo la propria impotenza. Riconoscere se stessi negli altri e nella propria essenza. Riconoscere una forza superiore alla quale abbandonarsi e dalla quale farsi guidare. Riconoscere la propria energia maschile e quella femminile rispettandole e ben bilanciandole.

Ormai l’alba è finita ce ne sarà un’altra nuova domani mi fisso intanto nel sole come fisso il sole in me. È ora di splendere ancora, la mattina è sorta nuova. Il respiro mi accompagna così come la consapevolezza di essere un fruscello al vento pronto a spezzarsi in ogni momento, un bambino impaurito dai tuoni e dai lampi di un temporale il quale solo il mio stesso abbraccio può calmare. Senza aspettative né imbarazzi mi tengo forte per avanzare in nuovi stati di coscienza interiori volti ad elevarmi. Mi affido e mi fido. Sono felice.

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