pensarlo è come viverlo

In un certo senso se ci si pensa attentamente anche in fase onirica, nella fase rem più profonda si vive una realtà parallela che a livello conscio svanisce al risveglio, dimenticando il sogno. Ma resta quella sensazione di aver vissuto un’esperienza pur restando nel tuo letto. Per di più recenti studi quantici hanno appurato che tramite meditazione, visualizzazione e concentrazione si può ” vibrare” ad una frequenza tale da connetterci con l’universo, gia presente nel nostro DNA

Bali, 2025

Funamboli sul mondo: tra sofferenza, solitudine e distacco.

“È possibile non fuggire di fronte a nessun dolore? Il dolore della solitudine, dell’angoscia, di uno shock, ma rimanere completamente con l’evento, con questa cosa chiamata sofferenza? Possiamo sostenere qualsiasi problema, stare lì senza cercare di risolverlo, cercando di guardarlo e di tenerlo fra le mani come se fosse un bellissimo e prezioso gioiello? La bellezza di quel gioiello è talmente affascinante, talmente magnetica che continuiamo a guardarlo. Allo stesso modo, se potessimo tenere completamente il nostro dolore, senza il minimo movimento di pensiero o di fuga, l’atto stesso di non fuggire da quel fatto porta a un totale scioglimento di ciò che ha causato dolore.” 

Queste le parole di J. Krishnamurti filosofo, oratore e mistico apolide indiano.

Riflettendoci sù altro non si può che dargli atto di una grande verità. Quante volte si pensa di fuggire altrove o di trovare escamotage per evitare taluni problemi o pensieri? Quante volte si trova un diversivo che possa portarci lontano dall’affrontare la sofferenza che nel corso del tempo, presto o tardi si ripresentano nella nostra vita?  Si pensa che cambiando paese, compagnia, o quel che sia si possa superarla ma in realtà viene calmata solo con una rivoluzione ideologica nella nostra mente; Contemplandola e accettandola per quella che è nella perfezione del nostro percorso.

La maggior parte delle sofferenze infatti arrivano a noi come tempeste che si abbattono sulle foreste per irrobustire le radici degli alberi, ma noi incoscienti di ciò che siamo ci facciamo travolgere emotivamente preoccupandoci di più dei rami rotti e pendenti dalle nostre fronde, lascito di quell’uragano di emozioni che avrebbe potuto sradicarci dal suolo ma che altro non è stato se non una potatura volta a far germogliare nuove gemme.

È chiaro che essendo cresciuti in una società che ci ha insegnato che eravamo qualcuno solo se avevamo beni di ogni tipo, dimenticandosi di dirci che più possediamo, più schiavi diventiamo risulta difficile concepire tale pensiero. Proprio quando si perde qualcosa o qualcuno è il momento di fermarsi ed attuare quella rivoluzione alla quale si riferisce Krishnamurti: tenendo in mano quel diamante osservandolo, rassegnandoci a quella cicatrice che ci va a contraddistinguere, facendo nostro quel dolore come parte della storia che ci ha portati fin qui e allo stesso tempo riconoscendo ed eliminando l’attaccamento.

L’attaccamento controlla il tempo, ti fissa in un presente assente. Tuttavia, il distacco ti tiene nel qui e ora, è lasciare andare l’altro sapendo che qualunque cosa accada… “Tutto è perfetto”. E sì, questo può farci molto male ma è doveroso per superare quello stato mentale che crea la sofferenza ed il dolore. Consapevoli che entrambe sono necessarie alla crescita, entrambe vanno abbracciate seppure ci lasciano un vuoto. Per colmare quel vuoto bisogna riempirlo con ciò che l’ha causato non si può fare finta di niente come non si può colmare un abisso con l’aria.

Molto spesso dunque, come detto, questo vuoto viene dalla perdita di un qualcosa o qualcuno al quale eravamo affezionati o dipendenti. Qualcosa o qualcuno che pensavamo di nostro “possesso” quando invece il distaccamento sarebbe dovuta essere l’unica soluzione. Con riflessioni, letture, meditazioni e colloqui sono riuscito a comprendere infatti che l’indipendenza affettiva sia il dono più grande che ci si possa fare a noi stessi e ai nostri cari, e quando la si raggiunge, allora e solo allora si può gridare all’universo che si è finalmente raggiunta la vera e piena libertà. Arrivarci non è semplice, serve tanto lavoro su stessi; serve passare molto tempo da soli questo non significa che non si vuole più bene ad amici e familiari ma succede che mentre si è in compagnia un turbinio di emozioni contrastanti entrano in gioco e spesso si preferisce emarginarsi. È normale, almeno credo, penso sia una fase della vita volta alla maturità. Una parte della crescita.

Ci vuole coraggio per stare da soli dandosi il permesso e la possibilità di scavare nel proprio spirito e parlare con se stessi trovando pace e avvicinandosi al proprio io più profondo; in molti hanno paura di ascoltare i propri bisogni più nascosti ed è per questo che forse molte persone non crescono mai. La solitudine ti rende più amorevole, compassionevole e comprensivo; meno geloso e più libero oltre a lasciare libertà alle persone che si hanno attorno. Libertà di essere e di esprimersi come meglio si crede o sente; ti dà la possibilità di arrivare fino al centro di te stesso: Il sè supremo, senza più ego. Invidia, cattiveria, avidità non sono più presenti, si è guidati dalla propria anima. Liberi dal male. Sperimentare il proprio essere in un’ entità più grande. La solitudine ti esonera dal pensiero collettivo, quelle credenze morali imposteci dalla nascita dalla società e dalla famiglia e ti mette di fronte alla creazione del proprio pensiero personale razionale che ti consente di decidere sulla base degli avvenimenti e delle emozioni che ne scaturiscono cosa è giusto o no per te; porsi delle domande alle quali solo tu puoi rispondere con onestà, senza mentire a te stess@. Capire chi si è e cosa si vuole. Per questo è necessario cambiare la propria mente, il proprio ambiente e creare quel distacco.

IL DISTACCO:
È l’atto più doloroso e allo stesso tempo più alto di amore incondizionato. Il distacco fa male, fa molto male, fa male perché devi lasciare andare ciò che ami, lasciarlo andare o almeno così pensiamo, quel dolore è mentale. Non è dolore, è sofferenza, ciò che ci fa soffrire è la paura alimentata dall’ego, dalla convinzione radicata della possibile perdita, di un possesso che non esiste, che non è reale poiché non possiamo possedere qualcuno che non è nostro, che non è mai stato e mai sarà. I nostri genitori non ci appartengono, né i nostri amici, né il nostro partner, i nostri figli non ci appartengono nemmeno, sono esseri liberi e indipendenti, con la loro strada da percorrere, proprio come noi, per questo non dobbiamo soggiogare la felicità degli uni agli altri. Se non sei felice da solo, non lo sarai mai con nessuno.

“Una volta che inizi a muoverti verso il distacco, non c’è modo di tornare indietro.”
Il distacco è lasciare andare le cose facilmente, sapendo che tutto è collegato e che nulla esce dalla tua vita se non viene sostituito da qualcosa di meglio, per insegnarti qualcosa su te stess@ e per generare abbondanza: abbondanza di amore, di purezza, di pace, consapevolezza e conoscenza di te e del mondo inteso come spirituale, animico. Il distacco non per ultimo è anche un patto con sé stessi e con il mondo al fine di mantenere una calma ed una pace interiore che allontana non le persone ma il male insito in esse ed in se stessi dopo avertelo fatto riconoscere. Un filo nel cielo dove camminare in punta di piedi per non cadere nelle stesse dinamiche che giorno dopo giorno ci fanno soffrire e per le quali incolpiamo noi stessi o gli altri, ma anche un punto panoramico dal quale vedere il mondo con nuovi occhi, un cuore più coraggioso ed una mente più centrata, camminando con leggerezza tra le nuvole come fanno i funamboli.

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